venerdì 24 maggio 2013

La libertà di scegliere

Pensavo di aver compiuto integralmente il mio passaggio all'era tecnologica. Sarebbe più giusto definirla emancipazione, tenuti presenti i vantaggi che la tecnologia apporta.  
Ma contrariamente a questa mia presunta tecnologizzazione, mi ritrovo nel retro di una pizzeria italiana nel South Gippsland, seduta su una cassetta per vini rovesciata, a scrivere su un blocknote. Ribatterò tutto sulla fredda tastiera del pc, ma per il momento raccolgo il calore del momento. 

Ricordo che durante i miei studi universitari, preparando l'esame di Tradizioni Popolari (ultimo residuo di una didattica ormai estinta!) lessi che esiste, come avevo già potuto intuire, tutta una terminologia propria di un popolo, che deriva dalla percezione e dall'esperienza che quel popolo ha nel suo ambiente naturale. 
Alla luce di questa consapevolezza ora mi ritrovo a constatare un'intera "paesaggistica" umana disegnata da decenni di abitudini, consuetudini, leggi e e regolamenti che inevitabilmente definiscono i comportamenti. E quello che a noi apparirebbe strano, insolito o esotico in realtà è quanto c'è di più ovvio per qualcun altro. 
Dal contrasto e dalla diversità nasce così la poesia della percezione.

Per esempio, mi sto abituando a ciò che in Italia suonerebbe come incredibilmente bizzarro: signore "per bene" che con disinvoltura tirano fuori dalla borsa una bottiglia di vino. Non è strano né raro vedere una combriccola di 50enni dirigersi in un locale pubblico trascinandosi dietro una cassa di birre.
Tutto questo dipende dal concetto di responsabilità, del tutto distante dalla pallida concezione che dello stesso concetto abbiamo noi. Ora spiego meglio.
Un locale pubblico può scegliere se vendere alcol, vino o birra al pubblico oppure no. Nel primo caso accetta di pagare una tassa annuale al governo, pur godendo dell'aumento dei profitti derivanti dalla vendita e si carica, allo stesso tempo, della responsabilità per eventuali incidenti causati dal consumo di alcolici, di cui si è fatto in qualche modo promotore. 
In caso contrario il gestore dell'attività può scegliere di adottare la BYO, Bring Your Own, una licenza che prevede sempre il pagamento di una tassa governativa annuale (inferiore rispetto alla prima) e consente ai clienti di bere nel locale ma portando da casa gli alcolici. In questo caso i proprietari dell'esercizio consentono l'uso nel proprio locale ma non sono autorizzati alla vendita e non hanno alcuna responsabilità. Ognuno è libero di scegliere cosa bere e dove berlo non sentendosi obbligato ad evitare alcuni ristoranti solo perché non vendono alcol.
Perciò, una bella donna con una borsetta da cui spunta il collo di una bottiglia di vino non è così strana come apparirebbe agli occhi di chi, invece, in giro, non si farebbe mai vedere con una bottiglia in mano, ma magari la sera fa fuori un numero incalcolabile di birre e provoca una rissa in pieno centro.

Sto imparando che la libertà può passare per la responsabilità individuale senza risultarne svilita. piuttosto ne viene fuori rafforzata!

2 commenti:

  1. Una italiana in Australia25 maggio 2013 20:05

    Pasquale, qui sono avanti sotto infiniti punti di vista!

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